sanità

Via dal Sud per curarsi: la Calabria dà 300 milioni l’anno al resto d’Italia

Nella campagna attorno a Roma un bus parte a cadenze regolari da una villa nel verde verso il Campus Biomedico, il policlinico che si stende per molti ettari a poca distanza. Salgono passeggeri che sono, tecnicamente, migranti interni; da queste parti per lo più vengono dalla Calabria o dalla Sicilia. In Italia ogni anno si muovono quasi 800 mila persone come loro, disposte ad affrontare il costo umano e finanziario dello sradicamento da casa per curare una malattia o sottoporsi a un’operazione. Qui, a due passi dal Campus Biomedico, sono ospiti di una delle sedi di Casa Amica, un’organizzazione nata negli anni 80 da una madre che accompagnava i figli a scuola a Milano. La donna, Lucia Cagnacci, notava ogni mattino le persone che dormivano sulle panchine a Milano dalle parti dell’Istituto nazionale dei tumori e del Neurologico Besta: erano malati che venivano a curarsi da altre regioni, ma non potevano permettersi un alloggio. Una decisione del Consiglio dei ministri di ieri spiega, almeno in parte, perché lo facciano: il governo ha sciolto l’Azienda sanitaria di Reggio Calabria per infiltrazioni mafiose. Chi aveva bisogno di cure affidabili era costretto a lasciare la regione e magari cercare ospitalità in centri di accoglienza a Roma o al Nord.

Questo resta uno dei grandi costi sommersi, pagati in silenzio da milioni di italiani in questi anni, dell’inefficienza e della diseguaglianza nella qualità delle amministrazioni. L’esodo sanitario è il segno di una radicata sfiducia verso le istituzioni in gran parte del Sud e ha numeri ormai impressionanti. Il più recente rapporto del ministero della Salute mostra che nel 2016 oltre mezzo milione di ricoveri per malati acuti in regime ordinario sono avvenuti fuori dalla regione di residenza. Un quarto dei calabresi e oltre un quinto dei siciliani si sono trasferiti altrove per trovare un letto in un ospedale di cui potessero fidarsi. In Lombardia, di gran lunga dominante nell’industria della salute, più di un ricovero per malati acuti ogni dieci è di un residente di un’altra regione. È nella cura dei tumori che l’esodo diventa una migrazione di massa. Nel 2016 si è trasferito fuori dalla regione più del 40% degli abitanti della Calabria che aveva bisogno di ricovero per una condizione acuta, il 19% degli abruzzesi e il 16% dei campani.

All’estremità opposta, la Lombardia in totale ha offerto il doppio dei ricoveri per tumore rispetto alla seconda regione più attiva (il Lazio) e il 16% dei malati venivano dal resto del Paese. Quasi nessun lombardo si trasferisce altrove per curarsi. Ma molte migliaia di siciliani, piemontesi, pugliesi, liguri e campani arrivano ogni anno a Milano con le loro famiglie per questo motivo. La tendenza è evidente nella più drammatica (e costosa) delle cure, la chemioterapia. Metà degli abruzzesi, metà dei liguri e un terzo dei pugliesi soggetti a questo trattamento ormai in regime di ricovero ordinario lo assumono lontano da casa. La Lombardia da sola fornisce a non residenti quasi metà delle novemila chemio somministrate nella regione. Anche nel Lazio un quinto delle cure è dedicato a persone provenienti in prevalenza dalla Puglia, dalla Calabria o dalla Campania.

C’è poi l’altro lato di questo enorme iceberg della sanità italiana, perché per esempio un antitumorale costa spesso oltre cinquemila euro a dose. Poiché ogni regione di residenza del malato deve rimborsare la regione che fornisce le cure, i trasferimenti fra Sud e Nord d’Italia sono ormai cifre di rilevanza macroeconomica. All’ultimo accordo della Commissione salute delle regioni, il totale delle compensazioni vale 4,6 miliardi di euro all’anno. La Lombardia ha il saldo netto positivo di gran lunga maggiore, perché riceve dalle altre diciannove amministrazioni sanitarie d’Italia poco più di 800 milioni di euro all’anno: un contributo decisivo ai bilanci dell’intero settore ospedaliero privato convenzionato di Milano, senz’altro migliaia di posti di lavoro in più. La seconda maggiore beneficiaria è l’Emilia-Romagna, con trasferimenti netti positivi per più di 350 milioni l’anno dal resto del Paese (quasi un quarto delle chemio somministrate in Emilia-Romagna sono per non residenti). Terzo è il Veneto con 161 milioni netti di «compensazioni» dalle altre regioni.

Naturalmente c’è anche l’altro lato della medaglia. La Calabria affronta pagamenti netti al resto d’Italia per più di 300 milioni l’anno: in media ciascuno dei suoi abitanti, bambini inclusi, manda al Nord 150 euro all’anno delle proprie tasse o risorse locali; anche la Campania è oltre i 300 milioni di deflussi a favore del Nord (50 euro per abitante), la Sicilia a 240 milioni, mentre dalla Sardegna i trasferimenti netti al resto d’Italia sono di 50 euro per abitante. In sostanza, in tutto il Meridione d’Italia l’esodo sanitario porta via una parte enorme del gettito dell’addizionale regionale dell’imposta sui redditi delle persone. Gli abitanti delle aree più povere del Paese pagano le tasse alla giunta che hanno eletto, perché poi i loro soldi siano spediti alle aree più ricche d’Italia. Così la mobilità ospedaliera alimenta un silenzioso, enorme fenomeno di Robin Hood alla rovescia. Non è colpa di Milano, né del Veneto o dell’Emilia-Romagna. È il frutto della sfiducia degli abitanti del Sud verso le istituzioni dei loro territori. Queste ultime dovranno riguadagnarsela, gli elettori e contribuenti dovranno esigere più responsabilità dei loro enti locali e negli ospedali, perché questi squilibri inizino a ridursi. E con essi il costo umano dell’esodo. Fonte: Il Corriere