Natura & animali

In Sila e Aspromonte a caccia di formazioni rocciose megalitiche

Vincenzo Nadile da quarant’anni fotografa, anche con l’ausilio di un drone, formazioni rocciose megalitiche che ha scoperto percorrendo in lungo e in largo la Sila e l’Aspromonte. Ora le foto sono in un libro di 400 pagine. «Qui sono passare civiltà lontane e misteriose»

«Non faccio di professione l’archeologo, ma l’impiegato». Si presenta così Vincenzo Nadile, calabrese, tecnico scolastico, 63 anni, conoscitore dei segreti della Sila e dell’Aspromonte che ha percorso in lungo e in largo a piedi, con una jeep e con un drone. Catalogando, almeno da un quarantennio, formazioni rocciose insolite. Che ricordano, o forse sono, dolmen e menhir, i megaliti — grandi pietre usate da molti popoli nell’Età del Bronzo — che si trovano in svariati posti d’Europa attorno ai quali, ancora oggi, aleggiano leggende e misteri.

Di recente Nadile ha pubblicato le foto — che in effetti impressionano — scattate a partire dal 1981 in un poderoso libro di circa 400 pagine intitolato «Neolitico e protostorico in Calabria». Vincenzo racconta di come sia nata questa sua passione: «Fin da bambino, ascoltavo al focolare di mia nonna, durante l’inverno, o sui gradini delle case, l’ungo l’unica via del paese, quando nelle assolate giornate di estate, gli anziani seduti al sole, raccontavano delle leggende misteriche che ruotavano attorno ad esse». Fiabe e storie horror, racconti di viandanti perduti, di tesori sotterrati, di sacrifici anche umani.

«Iniziai a girare i posti più remoti di tutta la Calabria, facendomi una sorta di mappa in cui segnavo — racconta «l’investigatore del Neolitico» — le varie composizioni che via via scoprivo. Comprai macchine fotografiche e una jeep, per poter andare anche in montagna; comprai computer e anche, di recente, un drone per avere una visione dall’alto dei siti, dov’era possibile. Ma soprattutto, in questi anni ho letto e studiato tantissimo».

«Racconti che mi affascinarono da bambino e mi affascinano ancora oggi, a distanza di quarant’anni — prosegue «l’archeologo-impiegato» — quando nel 1981, appena ragazzo, iniziai a scrutare dentro quelle formazioni rocciose maestose, perse nei boschi o che comparivano nelle radure o ai piedi di calanchi irraggiungibili. Incominciai a portare visitatori, e far vedere quelle pietre a storici e studiosi, ma il risultato e che non ci capimmo niente e quando insistetti ancora sulla valenza antropica di quei cubi sovrapposti, beh, nessuno parve prendermi sul serio… Ma io non mi persi d’animo».

«Civiltà con radici lontane»

Secondo Nadile, quelle che si sono insediate in Calabria «sono civiltà che hanno radici lontane» . Le opere ritratte in questa foto, sostiene Vincenzo, vengono dal Neolitico.

«Oggi ho un quadro d’insieme dei siti nei vari punti della Calabria, ma soprattutto ho inquadrato le due grandi civiltà — racconta Vincenzo, nella foto — che si sono succedute su questo territorio: dalla fine del VI millennio a.C., con la civiltà a indirizzo matriarcale, e successivamente a partire dal III millennio a. C, quando arrivarono i figli della cultura del metallo, dalle fasce anatoliche e fors’anche caucasiche, fino all’arrivo dei greci, quando prima tutto scemò e poi tutto finì».

«Nel centro storico di Brancaleone, sul versante nordoccidentale, vi è questa grotta molto particolare — scrive Nadile nel suo libro — che gli studiosi definiscono di età bizantina, risalente al V o VI secolo della nostra era: “… laure trogloditiche basiliane, all’interno delle quali, i monaci scelsero di condurre la loro solitaria esistenza”. Tutto è possibile, ma a me sembra più di carattere protostorico che non medievale».